L’ALTRA META

Scritto da

Roberto Catania, Roman Henry Clarke e Carmelo Rannisi

Regia

Roman Henry Clarke

con

Roberto Catania

Intervistatori

Roman Henry Clarke
Carmelo Rannisi

Voce recitante

Alfio Guzzetta

Assistente alla regia

Carmelo Rannisi

Riprese

Roman Henry Clarke
Antonio D’Emanuele
Carmelo Rannisi

Fotografia

Roman Henry Clarke

Montaggio Audio e Video

Angelica Lazzarin

Produttore

Alfio Guzzetta

Produttore esecutivo

Carmelo Rannisi

e la partecipazione di

Prof. Giuseppe Puglisi
Prof. Nino Puleo

Immagini d’archivio

CUS Catania Rugby

MUSICHE

“Cellule”
“Sale”
“Follow me”
“Particule”
“Larmes”

Scritte da Vincent Gires
Eseguite da Silence
Tratte dal’album “L’autre endroit”

Ringraziamenti

ASP 3 Catania, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura
c/o Presidio Ospedaliero “Vittorio Emanuele” Catania

Centro Universitario Sportivo - Catania
CUS Catania Rugby
Federazione Italiana Rugby - Comitato Regionale Siciliano

Gianni Amore
Stella Angela Cangemi
Marco Chinnici
Tito Cicciò
Giuseppe Coniglione
Salvo Pezzano
Marzia Sapienza

Don Aristide Raimondi
Chiesa N.S. del SS. Sacramento - Borgo Librino

Una produzione

Terre forti
associazione culturale

in collaborazione con

Silver Screen Production

www.terreforti.org
www.silverscreen.it

©2011 Terre forti - associazione culturale
Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons
Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/

Sono un rugbysta. Appese le scarpe al chiodo, dopo anni ho avuto la straordinaria opportunità di servire la mia amata disciplina sportiva in un altro modo: facendo il mio lavoro di giornalista.

Il mio sogno, è un mondiale di rugby in Sicilia. No, non in Italia: in Sicilia. E poter dare una mano a conquistarlo.

Ma immaginare gli Springboks, gli All Blacks, i Pumas, la mia Inghilterra lottare fino all’ultimo metro a Catania, patria dello sfacelo, in un Goretti, un tempo teatro del prestigioso torneo internazionale “Città di Catania”, ed oggi perdiodicamente destinato a diventare un vivaio per arbusti ed erbacce, sembra follìa. Forse lo è, in questo mare di insicurezza.

Eppure, oggi Catania ha conquistato una certezza, un vero mondiale: quello di scherma, del 2011.

Non si potrebbe, almeno fermandosi ad una analisi epidermica (perché, se ci facciamo caso, sono entrambe discipline “di testa” e di conquista territoriale), immaginare disciplina forse altrettanto lontana dal rugby come la scherma, che ammetto di conoscere per sommi capi: ed è dura, sapendo di avere una amica e collega che di scherma è stata un’autentica campionessa, ed un altro che di tutto lo sport, scherma compresa, è una vera e gioiosa enciclopedia vivente. Ciononostante la mia contentezza è smisurata.

Contro la cinese Tianjin e l’ungherese Budapest è stata una lotta alla stregua di Davide contro Golia. I cinesi, ancora freschi di olimpiade (che mai avrebbe dovuto lì svolgersi), e gli ungheresi nel 20° della caduta del maledetto Muro di Berlino (e quindi dell’inizio della fine dei regimi liberticidi dell’est europeo), sembravano doversi giocare la partita. E invece, la prima votazione ha visto assegnare 55 voti a Catania, 42 a Budapest e 13 a Tianjin. Nel ballottaggio, la “Cenerentola” Catania ha battuto Budapest 62-52.

Ovviamente, le dichiarazioni trionfalistiche dei politici non si stanno facendo attendere. Me ne disinteresso volentieri: non è un merito loro.

Il merito è della Federscherma, e soprattutto del Comitato Promotore. Ed in particolar modo, di chi, nella penombra come succede a chi fa il proprio lavoro con in mente l’obiettivo finale e non la propria visibilità, ha letteralmente lavorato giorno e notte per vincere (con somma pazienza di amici e parenti).

Oggi è la vittoria di una amica, di una collega, di una comunicatrice straordinaria che è riuscita a far scegliere Catania ai delegati. Il suo non è solo un lavoro ben fatto, una dimostrazione di abnegazione, un esercizio di stile. È la marcatura di una meta decisiva. La concretizzazione di un lavoro di gruppo, ma coordinato dalla maestria di una fuoriclasse.

Non ne faccio il nome, per rispettarne l’indole e il ruolo. Perché noi addetti stampa non dovremmo mai risaltare in prima persona, ma lavorare “dietro le quinte”, come mediani «che segnano sempre poco», ma macinano kilometri, e fanno vincere. Parola di pilone sinistro (i rugbysti capiranno).

La mia gioia non è campanilistica, ma fraterna. E anche un po’ condita di invidia: vivrò mai una simile vittoria?

Mentre me lo chiedo, amica cara, ascoltati “Winner’s Blues” dei Sonic Youth: non importa se il testo c’entra poco, ma, stavolta, la musica, e il pensiero (nel titolo), è ciò che conta.

Giovane vittoriosa, questo blues è per te. Arrivederci! Accendendo la TV?…

Roman Henry Clarke

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