(click image to listen)

14 songs againt fascism, imperialism, capitalism, racism, sexism, discrimination, colonization, war, censorship.

copy/pasteTempo di elezioni, l’attività freme. Si affitano sale e salette, si offrono cene e spettacoli, si stringono tante mani e si fanno almeno altrettante (vane) promesse. A volantini e “santini” ci pensano i grafici, spesso sottopagati o direttamente non pagati: «tanto si divertono» si suol dire, e quando c’è fame anche l’illusione di un’assunzione o di un incarico viene usata per “pagare”. Oppure c’è il “fai-da-te” (diffusissimo anche nella “progettazione” dei contrassegni elettorali, a quanto pare…): chi non ce l’ha il Paint di Windows o, peggio, un Photoshop crackato? Poi, ci sono i comunicati stampa: ma quelli si scrivono direttamente, alla bell’e meglio, e si mandano in forma semi-anonima, in barba alle norme sulla professione di addetto stampa e ai “warnings” dell’Ordine dei Giornalisti. Del resto, basta un software pirata o una fotocamera digitale per dirsi grafico, giornalista, fotografo… E, ma il programma elettorale? Che seccatura, quello dovrebbero “buttarlo giù” i candidati e relativi “partiti”, ancora c’è questa vecchia, obsoleta “usanza”…. Mica porta voti, il programma! Per quelli ci vogliono amicizie, “agganci”, sorrisi, ipocrisie…e quattrini. Ovviamente. Il sistema (perverso) è questo.

Ma un programma ci vuole, magari breve, meglio se non troppo pubblicizzato, o anche “partecipato” con la piattaforma LiquidFeedback. Tra i tanti, ecco quello della prima candidata donna (la seconda, Giovanna Marano, è arrivata come “soluzione” al “caso Fava”) a Presidente della “Regione Sicilia” (sic!): Lucia Pinsone, per il fin qui sconosciuto movimento “Volontari Per l’Italia”, VOI per gli amici. Un logo che richiama vagamente la fiamma neofascista, unito nella più classica delle “biciclette” elettorali alla triscele della Regione, e ad una ondeggiante scritta “Obiettivo Sicilia”: è la dilagante moda “sicilianista” che colpisce ancora! E, per l’appunto, il programma: con un’introduzione in prima persona, lungo, articolato e… copiato? No, macché, e poi la Dott.ssa Pinsone pare essere una così brava persona, almeno quanto lo è sconosciuta. Ma leggendolo il senso di déjà vu è forte, a tratti fortissimo… Dove ho già letto certe frasi? Certo… su Facebook! Vado nel profilo del Fronte Nazionale Siciliano, il partito neoindipendentista fondato quasi 50 anni fa, alle elezioni fanno lista con i “forconi” di Mariano Ferro (evidentemente liberatosi dei neofascisti, che sostengono De Luca, e dei camionisti di “Forza d’Urto”), ma oltre quello di coalizione l’FNS “Sicilia Indipendente” ha stilato un proprio elenco di 37 “proposte programmatiche”. Confronto i due testi, vi sono intere frasi identiche. A questo punto, è dovere chiedersi: chi ha copiato chi? Come è possibile leggere nella relativa pagina, il testo dell’FNS risale almeno al 2 settembre. Per il programma della Pinsone, non c’è data sul sito, ma viene in soccorso la cache di Google: certamente il 5 ottobre quel “programma elettorale” sul sito dei “Volontari Per l’Italia” non c’era.

Adesso si, in barba a qualsiasi diritto di paternità intellettuale, politica e di coerenza, vista l’evidente distanza ideologica tra le due organizzazioni, “addolcita” da quella di matrice italianista mediante la “smussatura”, in fase di “pedissequo recepimento di interi passi dell’altrui testo programmatico”, di alcuni “spigoli” della proposta politica del partito indipendentista. A voi (non il movimento, proprio voi lettori!) ogni ulteriore considerazione: a questo link ecco alcuni dei passaggi “incriminati”, senza pretesa di esaustività ed alcuna modifica da parte mia.

Roman Henry Clarke

Beppe GrilloPovero Beppe Grillo, come si è ridotto. Del tutto privo di argomenti politici, si fa la nuotata, “seguito” in barca dal suo “mentore” Gianroberto Casaleggio, mentre i suoi “amici” giorni fa avevano già dato vita ad una deplorevole scenata al Cimitero Monumentale di Catania. Riemerso dalle acque, ha la pretesa di essere «una delle prime persone normali che lo attraversa»: è vero, i “disabili” che lo hanno attraversato a nuoto prima di lui sono speciali. E aggiunge: «Questo è il terzo sbarco in Sicilia: il primo fu quello dei Savoia, il secondo quello degli americani, che portarono la mafia [1], il terzo quello di Grillo, che porta la libertà». Questo significa che secondo lui la mafia non la portò l’Italia, ma gli americani, e che fino ad ora siamo stati qui ad aspettare lui. Peccato che invece la mafia sia uno strumento di oppressione coloniale sbarcato in Sicilia insieme alle giubbe rosse del mercenario francese Joseph Garibaldi, e che la libertà i Siciliani l’abbiamo cercata sin dal giorno in cui ci venne strappata via. Confuso, il povero Beppe, farfuglia che «ci vuole un pensiero di cultura nuovo e noi siamo l’unica alternativa». Pensiero pernicioso il suo, in pratica l’unica possibile liberazione per la Sicilia verrebbe, ancora una volta, da un barbuto figlio del Mar Ligure. Quindi, siamo noi Siciliani a essere sbagliati, non la perversa etica mafiosa allogena che la colonizzazione ci ha imposto con le sue dinamiche clientelari, liberticide ed antidemocratiche. E l’unico giusto è lui, il “santone genovese”, predicatore dalle mille contraddizioni che sfugge alle smentite perché il suo informe e ineffabile “pensiero” è valido sempre. Quindi mai. Povero Grillo, che ha dato l’endorsement a prodotti e servizi banali e spesso inefficaci spacciandoli con anelito pseudoscientidico (e quindi antiscientifico) per “miracolosi”, che vaticina sulla “italianità” dei soli figli degli italiani (gli altri non meritano, non meritiamo la cittadinanza), che si mette a dileggiare Cuffaro, Mora, Fiorito («si fanno la beautyfarm e la paghiamo noi») perché lui, Beppe Grillo, per l’omicidio colposo plurimo che ha compiuto, non ha fatto un giorno in quelle tremende “beauty farms” italiane chiamate carceri. Lui, Beppe Grillo, quello che diede a Rita Levi-Montalcini della «vecchia puttana» con linguaggio degno delle SS. Beppe Grillo, quello che quando era un comico mi faceva ridere, e ora che è un «ex-comico» mi impensierisce, come cittadino e come giornalista, anche se secondo Grillo non posso dirmi tale perché “tutti sono giornalisti”, in barba a formazione, professionalità, responsabilità legale: però la traversata dello Stretto l’ha fatta proprio per attirare l’attenzione della stampa e degli odiati “giornalisti”! Ma che fosse un ex-comico me ne accorsi parecchi anni fa, quando capii che pagavo il biglietto per vedere un vero e proprio comizio. Ancora non si parlava dei “Meetup” (social network profit, in barba all’open source), delle “liste civiche” poi diventate M5S: un “movimento” sulla cui legalità starei molto attento: niente sedi, niente organigramma, niente congressi (quindi niente democrazia interna, che non si attua mica solo con quel LiquidFeedback che lo stesso Grillo pare inizialmente non intendesse usare), niente atto costitutivo (il M5S nasce “dall’alto” per volontà del “fondatore” Grillo tramite il suo sito web personale, non “dal basso” per scelta di un gruppo di persone con comuni finalità ed obiettivi), niente statuto (c’è solo uno stringato regolamento definito, per l’appunto, “non statuto”), un contrassegno elettorale proprietà esclusiva del “capo“. E nessuna ideologia, nessuna filosofia di pensiero (quando proprio Grillo parla di un “nuovo pensiero”) e di azione, solo idee affastellate a creare obbedienza al leader-mago-demiurgo e all’individuazione di un “nemico” che, semplicemente, sono gli “altri”: o con noi o contro di noi. Pericolosa strutturazione, richiama alla memoria tristi precedenti: di questi, il più mite è il “partito-azienda” - con l’”uomo immagine” Grillo e l’”eminenza grigia” Casaleggio - che non ha bisogno di finanziamenti pubblici o tesseramenti onerosi, ma al più di mere «sottoscrizioni su base volontaria»: perché evidentemente c’è già chi finanzia il M5S. Ma dato che non ci sono sedi, non ci sono registri associativi, non c’è la relativa contabilità, perché non c’è formalmente nemmeno il partito, si può controllare chi paga, quanto paga, e perché? Ma in fondo un perché ce lo dice lui, il povero e ormai triste Beppe Grillo: «Non siamo venuti, a elemosinare voti, ma a dirvi che se volete cambiare c’è adesso un’alternativa». Come il suo “vicino di casa” Garibaldi, che i voti al plebiscito non li chiese, li estorse con la forza e l’inganno imponendo a tutti l’«alternativa», una cura che fu peggiore della malattia.

PREVALGA LA SICILIA.

Roman Henry Clarke

[1] Sul sito beppegrillo.it la frase è riportata così: «Il primo fu Garibaldi che portò i Savoia, il secondo fu fatto dagli americani che (ri) portarono la mafia, il terzo sono io con il MoVimento 5 Stelle». Di male in peggio: evidentemente Grillo è convinto che il fascismo estirpò la mafia. Continuò invece a far affari con essa e tramite essa, e i suoi metodi violenti di sopraffazione e controllo del territorio. È ora di chiedersi: Grillo pensa di portare la libertà, cosa che certamente Garibaldi non portò, o sta legando il nome del M5S proprio alla mafia, legata sia allo sbarco del guerrigliero nizzardo sia a quello delle truppe alleate?

4WR spring 2012 cover

migrating politiciansDissolution of long Parliament

It is high time for me to put an end to your sitting in this place, which you have dishonored by your contempt of all virtue, and defiled by your practice of every vice; ye are a factious crew, and enemies to all good government; ye are a pack of mercenary wretches, and would like Esau sell your country for a mess of pottage, and like Judas betray your God for a few pieces of money. Is there a single virtue now remaining amongst you? Is there one vice you do not possess? Ye have no more religion than my horse; gold is your God; which of you have not barter’d your conscience for bribes? Is there a man amongst you that has the least care for the good of the Commonwealth? Ye sordid prostitutes have you not defil’d this sacred place, and turn’d the Lord’s temple into a den of thieves, by your immoral principles and wicked practices? Ye are grown intolerably odious to the whole nation; you were deputed here by the people to get grievances redress’d, are yourselves gone! So! Take away that shining bauble there, and lock up the doors.
In the name of God, go!

Oliver Cromwell, 20th april 1653

Scioglimento del Parlamento permanente

È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese come Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C’è almeno un vizio che non avete preso? Non avete più fede di quanta ne abbia il mio cavallo; l’oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene della Repubblica? Voi, sporche prostitute, non avete forse profanato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con immorali principi e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per un’intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l’ingiustizia! Basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave.
In nome di Dio, andatevene!

Oliver Cromwell, 20 aprile 1653

 Oliver Cromwell

4WR 153  cover

My good friend Graham Williamson, promoter of many initiatives supporting individuals and people’s liberties and self-determination, is now, together with Wayne John Sturgeon, editor of the Fourth World Review (4WR), recently relaunched as a “treeless” magazine.

In the latest issue, n° 153 - Winter 2011, Graham himself interviewed me, focusing on past and present struggles for independence in Sicily. Many other interesting articles are available in the free copy of the magazine you can find attached to this post.

The 4WR slogan is: «For Small Nations, Small Communities, Small Farms, Small Industries, Small Banks, Small Fisheries and the Inalienable Sovereignty of the Human Spirit». Here is a message from the founder John Papworth:

 Friends: This issue is the first in over a year – but I’m sure you’ll agree that the wait was worth it!  Indeed, I’m delighted to say that 4WR has been re-launched on the basis of its founding editorial policy.

 

The new joint editors are Wayne John Sturgeon and Graham Williamson.  I am now serving as an Editorial Board member. 

 

Graham and Wayne aim to further popularise the ideas of Kohr, Schumacher and myself and promote them to a worldwide audience.  Initially, they intend to do this by producing 4WR in e-zine format. This literally means that we can send copies of this issue all over the world just with the click of a ‘send’ button! Hundreds – if not thousands – of pounds a year will be saved in printing, postage and packing costs (unless there are a couple of millionaires out there willing to bankroll full-colour printed copies?). 

 

Any money saved can be used elsewhere in promoting our ideals.  Indeed, Graham and Wayne are very interested in establishing 4WR internet-based TV and radio stations.

The new joint editors have agreed to host this new issue to prevent it being lost to history. They regard the threat of globalisation - which

leads to the centralisation of power - is threat to our belief that ’small is beautiful’ and the ideas contained within 4WR are now required more than ever!

The main features of issue 153 include a series of several exciting (and wide-ranging) interviews. Those interviewed include:

TIM BRAGG: Tim has been described as “a provocative intellectual renegade.” He is an accomplished musician, published author, Green thinker and activist.

J.NEIL SCHULMAN: As a supporter of Agorism, J Neil Schulman is an advocate of counter-economic activism. He is also author of Alongside Night.

PETER CHALLON: Peter is a member of the Christian Council For Monetary Justice.  He also co-authored Seven Steps to Justice

JOHN PAPWORTH: I am the founder and patron of Fourth World Review. I’ve written several books and also founded Resurgence  

magazine. My latest book - Why Schools of Politics and Economics Should Be Closed Down - was published on Monday 14 November.

We’ve also introduced a new series - Raising a Voice for Small Nations. This includes a plea to stop the genocide of the Tamils in Sri Lanka and an overview of Sicilian independence. (Please note that English is not the first language of those who wrote these articles. We were uncomfortable editing everything into ‘perfect’ English, as this would lose some of the ‘feel’ of their articles. However, we believe that 4WR readers will get the ‘gist’ of what they are saying).

As usual, we’re very interested in your feedback. In particular, let us know if there’s anyone that you’d like us to interview. (Also, what do you think of the idea of 4WR not only interviewing those who agree with our views, but also those who would challenge our views?). If you run any publications/websites etc perhaps you would like to review this issue?

We’re also keen to talk to different individuals and/or groups who favour some form of autonomy or independence. If you know anyone who fits the bill, please let us know.

Finally, we’d appreciate your views on the new look 4WR.

Yours,

John Papworth

Il “Liber Augustalis”, vale a dire le Costituzioni Melfitane, era il fondamento giuridico (costituzione, appunto) del Regno di Sicilia, voluto dall’imperatore Federico II e promulgato l’1 Settembre 1231.

Questo corpus normativo, moderno e innovativo, fu la base per la tradizione costituzionale siciliana ed europea, oltre ad essere un avamposto nell’affermazione dei diritti civili e politici che rendevano il Regno all’avanguardia di parecchi secoli rispetto alle altre nazioni europee ed “occidentali”, ivi compreso quello stato, il Regno d’Italia (poi denominato “Repubblica Italiana”), che oltre sei secoli dopo conquisterà per manu militari la Sicilia stessa, annettendola e imponendole le proprie leggi.

Infatti, nel “Liber” si trovano alcune garanzie che, fatte le dovute proporzioni, oggi in Italia (e, quindi, anche in Sicilia) sono solo una chimera:

«il potere regio viene ampliato, per cui baroni e città sono privati dei diritti che si erano attribuiti abusivamente; la giustizia penale appartiene al re ed ai suoi magistrati»: sotto il regime italiano sono i media e i burocrati politici a decidere le sorti delle singole vite umane, dei “presunti rei”, spesso costretti in carceri inumane;

«divieto di portare armi senza autorizzazione»: oggi la mafia italiana ci costringe a vivere in mezzo a gentaglia che spara e ammazza, e le vittime sono spesso degli innocenti (si pensi ai vari episodi a Catania);

«non è permessa la vendita dei feudi, in quanto appartengono allo Stato»: lo Stato Italiano ha di fatto alienato kilometri di coste e terreni demaniali, e con le sanatorie ha consentito abusi indicibili su suolo pubblico;

«gli ecclesiastici sono soggetti ai tribunali comuni, non possono giudicare gli eretici, non possono acquistare terre; se ne hanno in eredità, devono venderle»: oggi i membri della Chiesa Cattolica godono di immunità de facto e sostanziale impunità (casi pedofilia, caso Claps, caso De Pedis, lo IOR, Radio Vaticana), non pagano le tasse sugli immobili (ICI), a fronte di enormi proprietà terriere ed immobiliari;

«le città non possono costituirsi a comune, eleggere consoli o podestà, pena il saccheggio e la condanna a morte per i capi»: oggi la pseudodemocrazia municipalista, invece di amministrare, consente sprechi e induce la nascita di “grumi di potere”, che vessano e depauperano i cittadini lasciandoli sopravvivere in ambienti urbani degradati e privi di servizi efficienti;

«tutti i sudditi devono pagare i tributi regi»: nello Stato Italiano l’evasione fiscale è la norma, vale la “legge del più furbo” in barba ai contribuenti onesti;

«sancisce l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, difende i deboli contro le prepotenze baronali, abolisce il giudizio di Dio, organizza la magistratura e gli uffici»: l’Italia è il regime della disuguaglianza sociale, della sopraffazione dei non ricchi e non potenti, della teocrazia vaticana, della burocrazia malata, clientelare e mafiosa.

Per questo e molto altro sostengo che l’esperienza dello Stato Italiano debba volgere al termine e che il Popolo Siciliano torni a decidere da sé per sé, sulle basi della storia e della civiltà della millenaria Nazione Siciliana.

Roman Henry Clarke

Vi racconto una storia.

Per comodità, la ambiento in Sicilia. Non che queste cose accadano solo in Sicilia, anzi…

Ma del resto, si parla delle primarie del Partito Democratico, che avranno luogo il 25 ottobre prossimo in tutta Italia. Quelle elezioni “interne ma aperte al pubblico” che decideranno chi sarà il prossimo Segretario Nazionale (anche se, da quello che si sente dire, non è detto che sarà il candidato premier del centrosinistra, o dello stesso solo PD) e i Segretari Regionali, con le rispettive assemblee.

Elezioni di partito quindi, ma si sa, la fenomenologia è sempre la stessa. Iniziano le telefonate, le richieste di voto e sostegno, qualche promessa, sempre condita da voti di amicizia sempiterna.

Una signora di Catania (tanto per rimanere nella comodità ambiento la faccenda nella mia città), che convenzionalmente chiameremo Paola, iscritta al PD per spirito di partecipazione, ma senza velleità personalistiche o elettorali, viene contattata da un’amica. Le primarie si approssimano, stanno per essere pubblicate le liste, si iniziano a cercare gli amici per strappare una promessa di aiuto.

Paola, che in effetti queste cose burocratiche le segue poco (già è riluttante, per non lasciarsi abbattere dalle cose per come vanno in Sicilia e in Italia, a seguire la cronaca politica), rinvia la questione a dopo qualche giorno, giusto il tempo di capire meglio come funzionano queste primarie, e di vedere quali sono liste e candidati. I candidati, si, che cercano sempre di “giocare d’anticipo”, ma se prometti aiuto al primo, finisce che ne scontenti parecchi altri. E, si sa, la politica ammazza le amicizie.

Paola, da persona seria e ponderata, vuole scegliere con calma, e non prendere in giro nessuno.

In realtà, presa da quel volontariato che tanto la appassiona, peraltro senza mai far discriminazioni di colore politico, tanto apolitica è la stessa associazione che Paola rappresenta nel quartiere di Librino (una piccola deroga alla summenzionata “comodità”: Librino non è il mio quartiere, ma non è nemmeno il più lontano da casa mia, e poi l’associazione “Terre forti” di cui faccio parte è proprio librinese, anche nel nome), finisce con il non documentarsi.

Ma l’amica la richiama. E non per ribadire la richiesta di sostegno, ma per scusarsi. «Paola, scusami, non lo sapevo, non l’avevo capito che sei candidata pure tu!».

Paola trasalisce. Candidata? Lei? Ma quando mai! Ma non prende la cosa per una svista dell’amica: lei risulta veramente fra i nominativi. Il turbine dei pensieri le fa intuire chi potrebbe averla candidata a propria insaputa, chissà, forse per sfruttarne il nome, tanto stimato per l’attività al servizio degli altri, per la naturale bontà d’animo, ma anche per il carattere forte e senza paura.

A questo punto, Paola è tanto nervosa quanto ferita, e confusa. Chiede consiglio ad un amico, una conoscenza recente, ma di cui si fida. Lui, giornalista, deve quasi sforzarsi a dimostrare stupore: in realtà di gente più o meno forzatamente candidata, soprattutto nelle più recenti amministrative, ce n’è tanta, ne conosce di storie di tutti i partiti, liste e movimenti che di politico e di democratico non hanno nulla.

Ma qui, potrebbe addirittura trattarsi di una accettazione di candidatura firmata al posto di Paola. Una firma falsa! Un reato, e non da poco, sarebbe forse stato commesso dai responsabili di una lista che porta il nome di una nota attivista antimafia! Oppure, in perfetto stile totalitario, non esiste alcuna accettazione scritta della candidatura, che pure è stata pubblicata sugli spazi web del PD e dei promotori della lista.

Paola comincia a fare telefonate, a dirigenti sindacali e del partito. Uno, un dirigente locale peraltro in corsa per una lista differente, espressione di un’altra mozione, prende atto della questione. Ricontattato dall’amico di Paola, quel giornalista che poi è un amico comune, il dirigente del PD viene incalzato: la precisa richiesta è la cancellazione del nome da schede e materiale elettorale cartaceo ed elettronico, e una nota sul sito del PD siciliano che chiarisca come quel nome sia stato inserito «per errore».

No, non è un errore, come invece quello di una candidata di un’altra lista, apparentemente undicenne per un errore di digitazione. Nome e data di nascita di Paola lì non ci sono arrivati per caso o per sbaglio. Sono stati presi dalla scheda personale di iscritta al partito. Ma la richiesta è un modo ragionevole per chiudere la faccenda senza troppo rumore. Certo, il fatto è “gustoso” per il giornalista, una roba da telegiornali nazionali, facilmente strumentalizzabile dal resto dell’arco parlamentare e non, ma Paola è pur sempre una iscritta del PD, che sostiene e non vuole demolire, e poi, anche il giornalista, sebbene estraneo ai partiti e di idee ben diverse da quelle pur variegate del PD, preferisce non infierire su ciò che rimane in Parlamento della sinistra italiana.

Allora, i due si pongono in fremente attesa. Sembra che la tipografia sia stata avvisata, ma non ci sono altre conferme, nessuna nota ufficiale, per quanto “tecnica” e “sottovoce” fosse attesa. Il dirigente prosegue la sua campagna elettorale, non fa sapere più nulla, dopo aver anche promesso la pubblicazione del comunicato sul quotidiano “La Sicilia”. Diventa, come altri dirigenti del PD, irreperibile. Forse, in fondo pensa che Paola non sia così sincera… Ma no, per il tipo che è, ne è certo invece l’amico giornalista, Paola non avrebbe mentito. Anche perché, invece di cercare (pur avendo nel cuore ferito il desiderio di andare dritta dritta dai Carabinieri) di mettere la cosa a posto, avrebbe subito cercato il clamore. Piuttosto, non ha interpellato l’amico giornalista per questo, ma per un vero consiglio. Il suo non è un pentimento rispetto a una vera candidatura, e nemmeno un caso di consenso estorto, ma un autentico falso a spese del suo nome, della sua credibilità, della sua persona tanto umile quanto forte.

Si sente tradita e presa in giro. Sia per il fatto in sè, sia perché la smentita non arriva. E per la rabbia nel capire che, se non fosse stato per quall’amica che le chiedeva il voto, magari avrebbe scoperto la cosa proprio il 25 ottobre, trovando il suo stesso nome sulla scheda delle primarie, fra le liste per l’assemblea regionale del PD. Quel partito nel quale cominicia a credere meno: tanta, tantissima brava gente lo anima, ma evidentemente c’è qualche eccezione, fra maleducati e personaggi, forse, finanche in malafede… Il pensiero va a Napoli, dove il commissario straordinario del PD ha consegnato gli elenchi degli iscritti alla magistratura.

Peraltro, l’amico giornalista, che si è preso a cuore la cosa, ha un improvviso problema che gli impedisce di insistere con le telefonate. Paola, più che smentire la candidatura sulla sua bacheca di Facebook, quella bacheca su cui posta tanti links, di amicizia autentica, di incoraggiamento e solidarietà a chi soffre, divertenti ma anche di opposizione a Berlusconi e alla malapolitica, non fa. E proprio sul gruppo Facebook della lista in questione il nome di Paola rimane pubblicizzato, anche mentre, stranamente, il giovedì prima del voto domenicale sul sito del PD Sicilia www.pdsicilia.it il file pdf con le liste non riporta più il suo nominativo, con la lista “incriminata” che salta un ordinale, ridotta del nominativo di Paola. Le lagnanze sono quindi arrivate al mittente, ma di esplicite smentite, e tantomeno scuse, né sul web, né su altri media, nemmeno l’ombra.

E tanta, troppa gente, a tre giorni da queste primarie, ha letto il nome di Paola, convincendosi che si è candidata, lei che di politica non si occupa (ma sarebbe, per opinione di tanti, molto più brava dei soliti amministratori pubblici).

A un certo punto, il suo amico giornalista capisce che non si può aspettare oltre ciò che forse non arriverà mai, e scrive la storia che avete sin qui letto. Non è una storia inventata. Paola è veramente stata candidata inconsapevolmente. E se, a questo punto, il Partito Democratico non si scuserà, spiegando l’accaduto, verranno fatti tutti i nomi.

Roman Henry Clarke 

 

broken pencilNel 1923, venne approvata la famigerata “legge Acerbo”, dal nome dell’omonimo deputato che la redasse. Era una legge elettorale che, dietro lo schermo della “democrazia” e della “stabilità di governo”, si sostanziò in un cavallo di Troia che spalancò le porte dell’Italia (comprese le colonie) al regime fascista.

La legge 2444/1923 prevedeva l’assegnazione dei due terzi dei seggi alla lista che avesse conseguito la maggioranza dei voti validi, purché raggiungesse il 25%. Il rimanente terzo dei seggi, sarebbe andato proporzionalmente alle rimanenti liste.

Prevedibilmente il miglior risultato (60% del voto popolare, ottenuto con intimidazioni e violenze) fu conseguito dalla “Lista Nazionale” promossa dal PNF di Mussolini (già Capo del Governo grazie alla “marcia su Roma” e all’accondiscendenza di Vittorio Emanuele) sebbene non composta solo da fascisti, ma anche da candidati provenienti dai popolari, dai liberali, dai demosociali, dai combattentisti, dai sardisti di destra, seppur accondiscendenti a candidarsi in appoggio a Mussolini, sotto il logo del fascio littorio. Tanto per non farsi mancare niente, i fascisti (che avevano fatto ricorso a un simile “giochetto” durante la stessa approvazione della legge, impadronendosi di fatto del gruppo misto) presentarono una seconda lista, piena zeppa di irriducibili picchiatori, che partecipò alla distribuzione dei seggi destinati alle minoranze (avendo conseguito il 4.8%).

Un totale (su 535) di 375 parlamentari a sostegno di Mussolini, di cui 275 iscritti al PNF (la maggioranza assoluta era di 268).

L’assassinio di Matteotti fece il resto, aprendo la dittatura.

Nell’Italia “liberata” (comprese le colonie?), venne promulgata, il 31 marzo 1953, una nuova legge (altre s’erano susseguite dalla fine del fascismo).

Subito definita “legge truffa”, assegnava il 65% dei seggi alla lista, o coalizione di liste, che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti validamente espressi. Il cartello (anche stavolta, come con il “listone Mussolini”) racchiudeva la “crema” del centrodestra italiano: DC, PLI, PRI, PSDI, PSD’AZ, SVP.

Tale “allegra combriccola” arrivò, però, “solo” al 49.8%. Ciò, a causa della nascita, in aperta contestazione della legge e dei propri partiti di provenienza che si allearono con la DC, di liste come “Unità Popolare” e “Alleanza Democratica Nazionale”, quest’ultima animata, tra gli altri, dall’ex leader separatista siciliano Andrea Finocchiaro Aprile.

La bocciatura popolare portò alla sostituzione della legge. A cui se ne susseguirono tante…

Adesso, siamo chiamati a votare la modifica all’attuale legge elettorale, il cosiddetto “porcellum”, vale a dire la “Legge Calderoli”, n° 270/2005.

In realtà, i referenda avrebbero dovuto aver luogo già nel maggio 2008, ma lo scioglimento anticipato delle Camere li ha rinviati.
Pochi sanno cosa siamo chiamati a votare, molti in realtà non conoscono adeguatamente il funzionamento della stessa legge attuale.

Non intendo riassumervelo, ma in breve cercherò di spiegare che legge uscirebbe (senza garanzie di ulteriori modifiche o di una provvidenziale sostituzione dell’attuale legge) da una vittoria valida del “si”.

Ebbene, alle prossime elezioni politiche, otterrebbe il 55% dei seggi alla Camera il listone bloccato, senza possibile indicazione del voto di preferenza, che otterrà il maggior numero di voti validi. Con qualsiasi percentuale, anche inferiore al 25% previsto dalla ferale “legge Acerbo”. Cosa peraltro possibilissima, visto che i due principali “partiti-contenitore” (non dissimili, per composizione ideologica, ammesso che parlando di partiti italiani si possa parlare di ideologie o anche solo di idee) viaggiano fra il 25% e il 35%, entrambi in costante rischio di frammentazione. La rimanenza dei seggi andrebbe, proporzionalmente, a tutte le altre liste che dovessero superare il 4%, probabilmente solo due o tre. Di fatto, la lista vincitrice (già libera di legiferare follemente) non faticherebbe, alleandosi dopo le elezioni con una sola altra forza politica, ad introdurre modifiche arbitrarie alla Costituzione: cosa che fecero per l’appunto i fascisti dopo le elezioni del 1924.

Similmente, al Senato, dove le percentuali sono calcolate a livello regionale, e lo sbarramento è dell’8%. In entrambe le Camere sarebbero cancellate le “percentuali di recupero” che garantirebbero (laddove esistessero liste collegate) l’accesso alle Camere anche a forze “minori”, ma sulla base di un accordo programmatico reciproco.

Quindi, nessuna autentica opposizione, rappresentatività, “tribuna parlamentare”, soprattutto per le minoranze etniche, linguistiche, religiose, regionaliste, delle colonie. Solo un “governo forte”, cui seguirà una drastica riduzione dei parlamentari, cosa gradita alle principali forze politiche parlamentari e già ampiamente annunciata.

In realtà, ai primi due quesiti (per Camera e Senato, rispettivamente), si aggiungerebbe un terzo quesito, finalizzato a cancellare la possibilità per un candidato, di essere presente in più liste circoscrizionali o regionali (cosa peraltro possibile anche alle europee). Ebbene, se il quesito referendario fosse solo questo, andrei a votare e voterei “si”. Ma si sa, la sobrietà non è di casa in Italia, il referendum serve solo per fare propaganda, polemica, e riesumare qualche ex “leader referendario” già ampiamente dimenticato e seppellito dal voto popolare.

Quindi, non andrò a votare. Non posso, per bocciare il malcostume delle “candidature multiple”, fare fuori questo refolo di democrazia (peraltro, implume) che c’è in Italia. Finirei con il buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.

Preferirei delle leggi elettorali (per ogni organo rappresentativo) che coniugassero governabilità, indipendenza delle assemblee dalle amministrazioni, rappresentatività e possibilità di controllo. Ma ciò che normale anche nei più selvaggi, sperduti e incontaminati angoli del globo, qui sembra fantascienza. E il modello sovietico originario finisce con l’affascinarmi sempre di più…

Roman Henry Clarke

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