migrating politiciansDissolution of long Parliament

It is high time for me to put an end to your sitting in this place, which you have dishonored by your contempt of all virtue, and defiled by your practice of every vice; ye are a factious crew, and enemies to all good government; ye are a pack of mercenary wretches, and would like Esau sell your country for a mess of pottage, and like Judas betray your God for a few pieces of money. Is there a single virtue now remaining amongst you? Is there one vice you do not possess? Ye have no more religion than my horse; gold is your God; which of you have not barter’d your conscience for bribes? Is there a man amongst you that has the least care for the good of the Commonwealth? Ye sordid prostitutes have you not defil’d this sacred place, and turn’d the Lord’s temple into a den of thieves, by your immoral principles and wicked practices? Ye are grown intolerably odious to the whole nation; you were deputed here by the people to get grievances redress’d, are yourselves gone! So! Take away that shining bauble there, and lock up the doors.
In the name of God, go!

Oliver Cromwell, 20th april 1653

Scioglimento del Parlamento permanente

È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese come Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C’è almeno un vizio che non avete preso? Non avete più fede di quanta ne abbia il mio cavallo; l’oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene della Repubblica? Voi, sporche prostitute, non avete forse profanato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con immorali principi e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per un’intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l’ingiustizia! Basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave.
In nome di Dio, andatevene!

Oliver Cromwell, 20 aprile 1653

 Oliver Cromwell

“Dea in meditazione” - 2004 by Maria Tripoli Belisa

da “Amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín” di Federico García Lorca

adattamento e traduzione in siciliano

di Giuseppe Coniglione

regia di Roman Henry Clarke

13/14/15 Aprile 2012

Sala Magma - via Adua 3 Catania

Ingresso: € 10,00

Venerdì, h. 20,30

Sabato, h. 20,30

Domenica, h. 18,30

 In scena (in ordine di apparizione)

Don Perlimplínu - Alfio Guzzetta

Marcolfa - Palmira Russo

Belisa - Veronica Giusti

Madre di Belisa - Maria Tripoli

Primo Elfo - Vera Di Gregorio

Secondo Elfo - Agata Furnari

Direttore di scena

Orazio Indelicato

Luci

Paolo Scalia

Scene

Alfio Guzzetta

Collaborazione scenografica

Carmelo Rannisi

Consulenza musicale

M° Salvatore Daniele Pidone

Musiche

Federico García Lorca

Costumi

Palmira Russo

Vera Di Gregorio

Riprese foto e video

Vassilia

Assistente alla regia

Paolo Scalia

Regia

Roman Henry Clarke

Il dipinto di locandina è “Dea in meditazione” - 2004 by Maria Tripoli

Organizzazione: “Terre forti - associazione culturale” in collaborazione con “la terra del sole” soc.coop.va a r.l. e centro teatrale e culturale Magma

Media partner: “CATANIA È… Eventi, spettacolo e cultura”

www.terreforti.org

Prenotazioni: info@terreforti.org

Arriva in scena alla Sala Magma, “piccolo tempio” del teatro catanese lo spettacolo che segna l’unione fra l’arte del grande autore andaluso e i colori della Sicilia. Un testo che fa sorridere e riflettere, una tragicommedia che ruota intorno all’ingenua dolce bellezza della protagonista per denunciare il conformismo e le convenzioni sociali, un’«alleluia erotica in quattro quadri» che è un inno alla spontaneità e libertà dei sentimenti. Un testo emozionante che ritrova tutta l’originaria vivacità e colore in una nuova traduzione in lingua siciliana. «A volte Dio ci concede un capolavoro, e tu, Belisa, sei uno di questi»: sono queste le parole che possono descrivere la protagonista di questo lavoro, Veronica Giusti, che dà voce e corpo alla giovane donna che evade dalla gabbia del matrimonio imposto ad un uomo più anziano e riluttante, e libera la propria fresca sessualità donandosi apertamente con l’esigenza di sentirsi amata, senza vincoli né condizionamenti, da chi la desidera e brama e non tarpata da chi l’ha presa negandole il mondo e raggirandola con un cerebrale inganno dal finale drammatico.

NOTA DI REGIA

Il pubblico di lingua italiana è uso ad un’immagine di Federico García Lorca che riporta agli struggenti versi “A las cinco de la tarde” e alla tragica morte agli albori della Guerra Civile. Con la riproposizione di questo testo, abbiamo voluto suggerire alcuni degli aspetti meno noti del Genio andaluso, che riportano alla sua formazione tanto completa quanto eclettica di uomo di teatro e di musica. Capace altrove di cantare la bellezza femminile in versi come “Vederti nuda è rievocare la terra […] è comprendere l’ansia della pioggia che cerca fragili fianchi”, García Lorca nella sua breve e intensa vita ha composto musica, recitato, diretto, anche con il teatro itinerante “La Barraca” che fu tra i suoi contributi alla causa della Repubblica Spagnola, sempre con esemplare desiderio di partecipazione e senza risparmiarsi, cosa che gli costerà la fucilazione unitamente al “reato” di essere omosessuale.

Nato per il teatro di burattini, “Amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín” tratteggia tanta parte del composito universo lorchiano: l’opposizione alle convenzioni sociali, il rifiuto del conformismo, le lotte per l’uguaglianza, la passionalità dei sentimenti e nei sentimenti. Pur fedele alla “versión de cámara” dell’Autore, questa nostra edizione è volutamente incentrata (e di qui l’accorciamento del titolo) sulla figura della protagonista, fulcro della vicenda: pur nei toni farseschi del testo originario, che non manca di rubare più di un sorriso al pubblico, la vicenda di Belisa è quella di tante, troppe giovani donne cui ancor oggi è sottratta la facoltà di scegliere, amare, essere. Nella sua dolce e a tratti ingenua sensualità, la giovane invece sceglie di scegliere, sceglie di donarsi, sceglie di conoscere, attraverso ciò che ha e che può, e che è origine del mondo: la sessualità, che decide di vivere senza vincoli né condizionamenti nella sua gioiosa freschezza. L’inganno di cui è vittima, e che porta all’ineluttabilità del tragico finale, è paradigma della condizione della donna, verso cui le violenze psicologiche non sono meno e da meno di quelle fisiche. L’immagine finale dello spettacolo è monito e speranza: il primo, verso l’inutilità e la dannosità di cerebrali “alzate d’ingegno” quali quella orchestrata da Don Perlimplínu al fine di “farsi amare” dalla donna desiderata (e non amata) pretendendo di lasciarla imprigionata nella “gabbia del desiderio” verso lo sconosciuto spasimante; desiderio che invece è proprio la citata speranza, rivolta verso una società, ancora ahinoi relegata ad un futuro, pur essendo trascorsi oltre 80 anni dalla stesura del testo, in cui le donne saranno libere di essere uniche protagoniste e autrici della loro storia, sia individuale che collettiva, mediante le proprie scelte, in primis proprio in materia relazionale, sentimentale e carnale.

Nucleo originario dell’opera è una delle poesie erotiche di F.G.L., tratta dalla raccolta “Canciones”, che qui ritroviamo integralmente, e a cui si è voluta, con arbitrio che l’Autore ci perdonerebbe, associare una delle melodie più intense ed evocative dallo stesso composte: “Las Morillas de Jaen” ha il potere immaginifico di riassumente i colori di questa “aleluya erótica en cuatro cuadros” per la quale, oltre alle musiche dello stesso García Lorca, si è voluto fortemente un cast capace di evocarne anche visivamente l’elegante erotismo: sul palcoscenico Belisa è realmente una procace giovane dalla voce flautata, al pari della non meno avvenente madre e della stessa giovane ed espressiva Marcolfa, senza trascurare il vivace intervento “soprannaturale” eppur straordinariamente umano e pietoso dei giovani Elfi, così come è efficacemente reso dall’interprete l’intellettuale Don Perlimplínu che diverrà vittima delle proprie farneticazioni ed incontrollati istinti.

Riflessione a parte merita la scelta della lingua di questa nuova edizione: al fine di voler rendere al meglio i toni del testo in lingua castigliana, su cui è stata direttamente effettuata l’opera di adattamento e traduzione senza far ricorso ad alcuna “mediazione linguistica”, scelta pressoché obbligata era quella della lingua siciliana, che delle lingue spagnole è “sorella” tanto glottologicamente quanto per vicinanza, e a tratti comunione, storica e culturale, la cui musicalità appare come la più adatta a restituire al testo l’originaria vivacità e colore, e che comunque rende questo “Belisa” in siciliano con ogni probabilità una “prima” a livello mondiale.

Questo spettacolo è dedicato alla memoria di Salvatore Costanzo

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