Il “Liber Augustalis”, vale a dire le Costituzioni Melfitane, era il fondamento giuridico (costituzione, appunto) del Regno di Sicilia, voluto dall’imperatore Federico II e promulgato l’1 Settembre 1231.

Questo corpus normativo, moderno e innovativo, fu la base per la tradizione costituzionale siciliana ed europea, oltre ad essere un avamposto nell’affermazione dei diritti civili e politici che rendevano il Regno all’avanguardia di parecchi secoli rispetto alle altre nazioni europee ed “occidentali”, ivi compreso quello stato, il Regno d’Italia (poi denominato “Repubblica Italiana”), che oltre sei secoli dopo conquisterà per manu militari la Sicilia stessa, annettendola e imponendole le proprie leggi.

Infatti, nel “Liber” si trovano alcune garanzie che, fatte le dovute proporzioni, oggi in Italia (e, quindi, anche in Sicilia) sono solo una chimera:

«il potere regio viene ampliato, per cui baroni e città sono privati dei diritti che si erano attribuiti abusivamente; la giustizia penale appartiene al re ed ai suoi magistrati»: sotto il regime italiano sono i media e i burocrati politici a decidere le sorti delle singole vite umane, dei “presunti rei”, spesso costretti in carceri inumane;

«divieto di portare armi senza autorizzazione»: oggi la mafia italiana ci costringe a vivere in mezzo a gentaglia che spara e ammazza, e le vittime sono spesso degli innocenti (si pensi ai vari episodi a Catania);

«non è permessa la vendita dei feudi, in quanto appartengono allo Stato»: lo Stato Italiano ha di fatto alienato kilometri di coste e terreni demaniali, e con le sanatorie ha consentito abusi indicibili su suolo pubblico;

«gli ecclesiastici sono soggetti ai tribunali comuni, non possono giudicare gli eretici, non possono acquistare terre; se ne hanno in eredità, devono venderle»: oggi i membri della Chiesa Cattolica godono di immunità de facto e sostanziale impunità (casi pedofilia, caso Claps, caso De Pedis, lo IOR, Radio Vaticana), non pagano le tasse sugli immobili (ICI), a fronte di enormi proprietà terriere ed immobiliari;

«le città non possono costituirsi a comune, eleggere consoli o podestà, pena il saccheggio e la condanna a morte per i capi»: oggi la pseudodemocrazia municipalista, invece di amministrare, consente sprechi e induce la nascita di “grumi di potere”, che vessano e depauperano i cittadini lasciandoli sopravvivere in ambienti urbani degradati e privi di servizi efficienti;

«tutti i sudditi devono pagare i tributi regi»: nello Stato Italiano l’evasione fiscale è la norma, vale la “legge del più furbo” in barba ai contribuenti onesti;

«sancisce l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, difende i deboli contro le prepotenze baronali, abolisce il giudizio di Dio, organizza la magistratura e gli uffici»: l’Italia è il regime della disuguaglianza sociale, della sopraffazione dei non ricchi e non potenti, della teocrazia vaticana, della burocrazia malata, clientelare e mafiosa.

Per questo e molto altro sostengo che l’esperienza dello Stato Italiano debba volgere al termine e che il Popolo Siciliano torni a decidere da sé per sé, sulle basi della storia e della civiltà della millenaria Nazione Siciliana.

Roman Henry Clarke

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