Winner’s Blues

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Sono un rugbysta. Appese le scarpe al chiodo, dopo anni ho avuto la straordinaria opportunità di servire la mia amata disciplina sportiva in un altro modo: facendo il mio lavoro di giornalista.

Il mio sogno, è un mondiale di rugby in Sicilia. No, non in Italia: in Sicilia. E poter dare una mano a conquistarlo.

Ma immaginare gli Springboks, gli All Blacks, i Pumas, la mia Inghilterra lottare fino all’ultimo metro a Catania, patria dello sfacelo, in un Goretti, un tempo teatro del prestigioso torneo internazionale “Città di Catania”, ed oggi perdiodicamente destinato a diventare un vivaio per arbusti ed erbacce, sembra follìa. Forse lo è, in questo mare di insicurezza.

Eppure, oggi Catania ha conquistato una certezza, un vero mondiale: quello di scherma, del 2011.

Non si potrebbe, almeno fermandosi ad una analisi epidermica (perché, se ci facciamo caso, sono entrambe discipline “di testa” e di conquista territoriale), immaginare disciplina forse altrettanto lontana dal rugby come la scherma, che ammetto di conoscere per sommi capi: ed è dura, sapendo di avere una amica e collega che di scherma è stata un’autentica campionessa, ed un altro che di tutto lo sport, scherma compresa, è una vera e gioiosa enciclopedia vivente. Ciononostante la mia contentezza è smisurata.

Contro la cinese Tianjin e l’ungherese Budapest è stata una lotta alla stregua di Davide contro Golia. I cinesi, ancora freschi di olimpiade (che mai avrebbe dovuto lì svolgersi), e gli ungheresi nel 20° della caduta del maledetto Muro di Berlino (e quindi dell’inizio della fine dei regimi liberticidi dell’est europeo), sembravano doversi giocare la partita. E invece, la prima votazione ha visto assegnare 55 voti a Catania, 42 a Budapest e 13 a Tianjin. Nel ballottaggio, la “Cenerentola” Catania ha battuto Budapest 62-52.

Ovviamente, le dichiarazioni trionfalistiche dei politici non si stanno facendo attendere. Me ne disinteresso volentieri: non è un merito loro.

Il merito è della Federscherma, e soprattutto del Comitato Promotore. Ed in particolar modo, di chi, nella penombra come succede a chi fa il proprio lavoro con in mente l’obiettivo finale e non la propria visibilità, ha letteralmente lavorato giorno e notte per vincere (con somma pazienza di amici e parenti).

Oggi è la vittoria di una amica, di una collega, di una comunicatrice straordinaria che è riuscita a far scegliere Catania ai delegati. Il suo non è solo un lavoro ben fatto, una dimostrazione di abnegazione, un esercizio di stile. È la marcatura di una meta decisiva. La concretizzazione di un lavoro di gruppo, ma coordinato dalla maestria di una fuoriclasse.

Non ne faccio il nome, per rispettarne l’indole e il ruolo. Perché noi addetti stampa non dovremmo mai risaltare in prima persona, ma lavorare “dietro le quinte”, come mediani «che segnano sempre poco», ma macinano kilometri, e fanno vincere. Parola di pilone sinistro (i rugbysti capiranno).

La mia gioia non è campanilistica, ma fraterna. E anche un po’ condita di invidia: vivrò mai una simile vittoria?

Mentre me lo chiedo, amica cara, ascoltati “Winner’s Blues” dei Sonic Youth: non importa se il testo c’entra poco, ma, stavolta, la musica, e il pensiero (nel titolo), è ciò che conta.

Giovane vittoriosa, questo blues è per te. Arrivederci! Accendendo la TV?…

Roman Henry Clarke

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