broken pencilNel 1923, venne approvata la famigerata “legge Acerbo”, dal nome dell’omonimo deputato che la redasse. Era una legge elettorale che, dietro lo schermo della “democrazia” e della “stabilità di governo”, si sostanziò in un cavallo di Troia che spalancò le porte dell’Italia (comprese le colonie) al regime fascista.

La legge 2444/1923 prevedeva l’assegnazione dei due terzi dei seggi alla lista che avesse conseguito la maggioranza dei voti validi, purché raggiungesse il 25%. Il rimanente terzo dei seggi, sarebbe andato proporzionalmente alle rimanenti liste.

Prevedibilmente il miglior risultato (60% del voto popolare, ottenuto con intimidazioni e violenze) fu conseguito dalla “Lista Nazionale” promossa dal PNF di Mussolini (già Capo del Governo grazie alla “marcia su Roma” e all’accondiscendenza di Vittorio Emanuele) sebbene non composta solo da fascisti, ma anche da candidati provenienti dai popolari, dai liberali, dai demosociali, dai combattentisti, dai sardisti di destra, seppur accondiscendenti a candidarsi in appoggio a Mussolini, sotto il logo del fascio littorio. Tanto per non farsi mancare niente, i fascisti (che avevano fatto ricorso a un simile “giochetto” durante la stessa approvazione della legge, impadronendosi di fatto del gruppo misto) presentarono una seconda lista, piena zeppa di irriducibili picchiatori, che partecipò alla distribuzione dei seggi destinati alle minoranze (avendo conseguito il 4.8%).

Un totale (su 535) di 375 parlamentari a sostegno di Mussolini, di cui 275 iscritti al PNF (la maggioranza assoluta era di 268).

L’assassinio di Matteotti fece il resto, aprendo la dittatura.

Nell’Italia “liberata” (comprese le colonie?), venne promulgata, il 31 marzo 1953, una nuova legge (altre s’erano susseguite dalla fine del fascismo).

Subito definita “legge truffa”, assegnava il 65% dei seggi alla lista, o coalizione di liste, che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti validamente espressi. Il cartello (anche stavolta, come con il “listone Mussolini”) racchiudeva la “crema” del centrodestra italiano: DC, PLI, PRI, PSDI, PSD’AZ, SVP.

Tale “allegra combriccola” arrivò, però, “solo” al 49.8%. Ciò, a causa della nascita, in aperta contestazione della legge e dei propri partiti di provenienza che si allearono con la DC, di liste come “Unità Popolare” e “Alleanza Democratica Nazionale”, quest’ultima animata, tra gli altri, dall’ex leader separatista siciliano Andrea Finocchiaro Aprile.

La bocciatura popolare portò alla sostituzione della legge. A cui se ne susseguirono tante…

Adesso, siamo chiamati a votare la modifica all’attuale legge elettorale, il cosiddetto “porcellum”, vale a dire la “Legge Calderoli”, n° 270/2005.

In realtà, i referenda avrebbero dovuto aver luogo già nel maggio 2008, ma lo scioglimento anticipato delle Camere li ha rinviati.
Pochi sanno cosa siamo chiamati a votare, molti in realtà non conoscono adeguatamente il funzionamento della stessa legge attuale.

Non intendo riassumervelo, ma in breve cercherò di spiegare che legge uscirebbe (senza garanzie di ulteriori modifiche o di una provvidenziale sostituzione dell’attuale legge) da una vittoria valida del “si”.

Ebbene, alle prossime elezioni politiche, otterrebbe il 55% dei seggi alla Camera il listone bloccato, senza possibile indicazione del voto di preferenza, che otterrà il maggior numero di voti validi. Con qualsiasi percentuale, anche inferiore al 25% previsto dalla ferale “legge Acerbo”. Cosa peraltro possibilissima, visto che i due principali “partiti-contenitore” (non dissimili, per composizione ideologica, ammesso che parlando di partiti italiani si possa parlare di ideologie o anche solo di idee) viaggiano fra il 25% e il 35%, entrambi in costante rischio di frammentazione. La rimanenza dei seggi andrebbe, proporzionalmente, a tutte le altre liste che dovessero superare il 4%, probabilmente solo due o tre. Di fatto, la lista vincitrice (già libera di legiferare follemente) non faticherebbe, alleandosi dopo le elezioni con una sola altra forza politica, ad introdurre modifiche arbitrarie alla Costituzione: cosa che fecero per l’appunto i fascisti dopo le elezioni del 1924.

Similmente, al Senato, dove le percentuali sono calcolate a livello regionale, e lo sbarramento è dell’8%. In entrambe le Camere sarebbero cancellate le “percentuali di recupero” che garantirebbero (laddove esistessero liste collegate) l’accesso alle Camere anche a forze “minori”, ma sulla base di un accordo programmatico reciproco.

Quindi, nessuna autentica opposizione, rappresentatività, “tribuna parlamentare”, soprattutto per le minoranze etniche, linguistiche, religiose, regionaliste, delle colonie. Solo un “governo forte”, cui seguirà una drastica riduzione dei parlamentari, cosa gradita alle principali forze politiche parlamentari e già ampiamente annunciata.

In realtà, ai primi due quesiti (per Camera e Senato, rispettivamente), si aggiungerebbe un terzo quesito, finalizzato a cancellare la possibilità per un candidato, di essere presente in più liste circoscrizionali o regionali (cosa peraltro possibile anche alle europee). Ebbene, se il quesito referendario fosse solo questo, andrei a votare e voterei “si”. Ma si sa, la sobrietà non è di casa in Italia, il referendum serve solo per fare propaganda, polemica, e riesumare qualche ex “leader referendario” già ampiamente dimenticato e seppellito dal voto popolare.

Quindi, non andrò a votare. Non posso, per bocciare il malcostume delle “candidature multiple”, fare fuori questo refolo di democrazia (peraltro, implume) che c’è in Italia. Finirei con il buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.

Preferirei delle leggi elettorali (per ogni organo rappresentativo) che coniugassero governabilità, indipendenza delle assemblee dalle amministrazioni, rappresentatività e possibilità di controllo. Ma ciò che normale anche nei più selvaggi, sperduti e incontaminati angoli del globo, qui sembra fantascienza. E il modello sovietico originario finisce con l’affascinarmi sempre di più…

Roman Henry Clarke

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